C’è gente che deve dormire

C’è gente che deve dormire (Eclectic Circus / V2-Edel, ottobre 2005)

di ©2005 Stefano Solventi e Edoardo Bridda

Copertina di C'è gente che deve dormire
Via Dante
Perché non pesi niente
L’abbandono
Una donna e la sua semplicità
Cenere
31 lune
Lilly
L’amaro amore
Ti mento
La tua argenteria
Tomorrow Never Knows (Beatles cover)

Due anni dopo il debutto, i Marta sui Tubi ritornano ancor più potenti di come li avevamo lasciati. Parlano, cantano, sussurrano, lasciano in libertà le frequenze radio, si ficcano il r’n'r nelle vene (omaggiando i padri Beatles con una rispettosa Tomorrow Never Knows, oppure chiamando Bobby Solo quale inopinato – ma plausibile - cerimoniere), rappano con il piglio acido dei Red Hot Chili Peppers, chiamano amici e compagni di sventura a cantare e controcantare (Moltheni, Benvegnù, Enrico Gabrielli, Sara Piolanti), si scavano dentro una nostalgia che sa di qualcosa lasciato indietro, non-dimenticato, indigerito… Già dalle prime note, da quella Via Dante che rende cosmica un’insoddisfazione periferica (tra Jimmy Page e la tarantella, tra Dante Alighieri e – appunto! - Bobby Solo), l’album mostra tutta la forza che sciorinerà senza sbavature lungo l’intero programma. Verace la meridionalità, sgorgante il testosterone, palpabile il colore sulla pelle e blasfemo l’amore per la melodia nostrana. C’è molto sberleffo, ironia, gioco di italiani emigranti che rifanno gli italiani all’estero, proverbiali pasticche emo-energetiche che un po’ – ebbene sì - fanno pensare ad un’altra coppia magica del rock, Eddie Vedder e Stone Gossard (come in Perché non pesi niente, scioglilingua a voci intrecciate con la chitarra a spandere clangori ritmici e armoniche speziate, oppure nella ballata amarognola di La tua argenteria, dove gli struggimenti Vedder si stemperano con un Dalla giovane visionario).

L’album respira di una città. È Milano. Milano che sostituisce la sonnolenta e placida Bologna. Quel capoluogo che macina le ore, che non dorme. I Nostri lo vivono con il proverbiale spirito degli emigranti di giù, dei compagnoni che dopo pasta-al-sugo-condominio escono per le strade e rantolano, sognano, s’ubriacano. Nervosi lo erano prima, agitati lo sono ora: ma è quello stato insofferente ed esuberante per nulla parente dello stress dei cittadini della metro, neppure del via e vai delle case e degli uffici. Una nevrosi fruttuosa che sfocia nell’art-rock à la RUNI di L’amaro amore (tra pungoli sintetici e ritmica funk, tra bass-clarinet e febbrili accelerazioni) e nel folk-blues di Ti mento (che rimanda a certo John Martin indemoniato), trovando un principio di requie nel folk blues di Cenere, dove i vocalizzi ossequiano una lunare inquietudine da fare invidia al primo (e migliore) Dave Matthews.

Ok, un po’ si sono imborghesiti, certo, ed è un bene finché significa guadagnarci in consapevolezza, ciò che li rende capaci di giocare in libertà con le strutture, sciorinando una disinvolta L’abbandono, nuda e cruda e complessa assieme, con quel quasi-recitato nostalgico/esistenziale che va a risolversi nelle ostinate sovrapposizioni di archi e voci. Il loro, ora più che mai, è il viaggiare da Italiani Storici, di chi si muove là dove li porta il lavoro. E la vita. C’è bisogno di loro. (7.5/10) (Mio personalissimo voto 9/10)

Leave a Reply